Controesame testimone: come evitare domande che danneggiano la difesa

“Avvocato, perché non chiediamo semplicemente alla persona che mi accusa perché ha denunciato solo dopo due mesi dal fatto?”. È una domanda che mi sento rivolgere spesso dai miei assistiti prima di un dibattimento, specialmente da chi è convinto della propria innocenza. L’istinto suggerisce di smascherare le presunte bugie del testimone dell’accusa con domande dirette, pensate per far emergere le contraddizioni.

Se anche tu credi che questa sia una strategia valida, devo darti una cattiva notizia: è la via più rapida per un esito fallimentare, se non letale, per la tua difesa.

Il vero obiettivo del controesame testimone

Il punto centrale da capire è la funzione del controesame. Quando il tuo difensore interroga un testimone portato dall’accusa, il suo obiettivo non è ricostruire il fatto storico. A quello ci ha già pensato il pubblico ministero durante il suo esame diretto.

Lo scopo del controesame è un altro: saggiare l’attendibilità del teste. In parole semplici, verificare se sta dicendo la verità o se sta mentendo e, in questo caso, smascherarlo.

Le domande aperte, quelle che iniziano con “perché”, sono lo strumento peggiore per raggiungere questo scopo. Concedono al testimone ostile tutto lo spazio di cui ha bisogno per rafforzare la sua posizione e, di conseguenza, aggravare la tua.

Perché le domande aperte sono un autogol

Immaginiamo di trovarci in aula e di porre una di quelle domande che sembrano così logiche all’imputato.

Esempio 1

Domanda: “Come mai ha presentato denuncia dopo due mesi e non subito?”.

Risposta probabile: “Perché avevo paura di lui, non volevo affrontare un processo penale”.

Risultato: un autogol clamoroso. Il testimone appare come una vittima spaventata, e la sua credibilità aumenta.

Esempio 2

Domanda: “Perché non ha gridato quando l’imputato l’avrebbe aggredita?”.

Risposta probabile: “Ero paralizzata dalla paura, non riuscivo a muovere un muscolo”.

Risultato: secondo autogol. Invece di scalfire la testimonianza, l’abbiamo appena rinforzata.

La strategia corretta nel controesame: domande chiuse e fatti

La chiave è cambiare completamente approccio. Le domande non devono essere aperte, ma chiuse. Devono costringere il testimone a rispondere solo con un “sì” o con un “no”. La formula più efficace è: “È vero o non è vero che…?”.

Di fronte a una domanda simile, il teste si trova a un bivio. Non può divagare, non può raccontare la sua versione dei fatti, non può aggiungere dettagli a suo favore. Può solo confermare o negare un fatto preciso. In questo modo, è il tuo difensore a tenere il controllo dell’esame, non il testimone.

C’è una regola fondamentale nel controesame: non fare mai una domanda di cui non conosci già la risposta. Il segreto non è l’improvvisazione, ma una pianificazione meticolosa. Prima del processo, devi essere tu, la memoria storica della vicenda, a fornire al tuo avvocato tutti gli elementi di falsità e i punti deboli delle testimonianze dell’accusa. Le risposte che vogliamo ottenere devono già trovarsi negli atti di indagine, documenti che il giudice non conosce ancora.

Un caso concreto: come smontare un’accusa in tre domande

Ti faccio un esempio tratto dalla mia esperienza professionale. Una signora, dopo quindici anni di matrimonio, accusa il marito di maltrattamenti in famiglia, lesioni e abusi sessuali. Durante il controesame testimone, ho posto solo poche domande mirate.

  • Prima domanda: “È vero o non è vero che lei ha ricevuto la lettera di separazione il 14 giugno del 2015?”. La teste ha risposto: “Sì”.
  • Seconda domanda: “Ed è vero che lei ha presentato la denuncia per maltrattamenti il 16 giugno del 2015?”. La teste ha risposto di nuovo: “Sì”.
  • Terza domanda: “Lei ha dichiarato che le violenze sessuali sono iniziate nel 2004 e proseguite fino al 2012. È vero o non è vero che lei ha parlato di queste violenze per la prima volta non in denuncia, ma solo nel 2014, quando è stata sentita dai Carabinieri?”. Ancora una volta, la risposta è stata: “Sì, è vero”.

Perché ho fatto queste domande? Perché sapevo già le risposte. Erano documentate negli atti. Il mio obiettivo era dimostrare al giudice due cose precise.

Primo, che la denuncia per maltrattamenti non era spontanea, ma aveva una natura ritorsiva, essendo stata presentata appena due giorni dopo aver ricevuto la richiesta di separazione dal marito. Questo minava l’attendibilità generale della donna.

Secondo, che le accuse di violenza sessuale, gravissime e risalenti a dieci anni prima, non erano mai state oggetto di una querela specifica. Erano emerse solo molto più tardi, durante una convocazione per altri motivi, nel momento di massima conflittualità della coppia.

Sono bastate poche domande chiuse per far emergere la verità che volevamo portare a galla. Questo è il potere di un controesame testimone ben pianificato. Non si concentra sulle domande, ma sulle risposte che si vogliono ottenere.

Se stai affrontando un processo e vuoi definire una strategia difensiva che non lasci nulla al caso, a partire dal controesame dei testimoni, chiamami. Sono pronto ad ascoltarti e ad aiutarti. Io sono Francesco D’Andria e sono dalla tua parte.

Takeaways

  • Lo scopo del controesame testimone, non è ricostruire i fatti, ma minare l’attendibilità del testimone dell’accusa
  • Le domande aperte sono un errore strategico, permettono al testimone di rafforzare la propria narrazione e giustificare contraddizioni
  • La strategia vincente usa domande chiuse, che obbligano il testimone a rispondere solo con “sì” o “no” a fatti specifici
  • Un controesame efficace è pianificato in anticipo, l’avvocato deve porre solo domande di cui conosce già la risposta dagli atti
  • Il controllo del controesame resta al difensore, che guida il testimone a confermare i fatti utili alla difesa

Faqs

Qual è l’obiettivo principale del controesame di un testimone dell’accusa?

L’obiettivo non è ricostruire la sequenza dei fatti, ma saggiare l’attendibilità del testimone. Si tratta di verificare se sta dicendo la verità e, in caso contrario, far emergere le sue contraddizioni attraverso fatti documentati.

Perché le domande che iniziano con “perché” danneggiano il controesame testimone?

Sono domande aperte che cedono il controllo della narrazione al testimone. Permettono a una persona ostile di giustificarsi, aggiungere dettagli a proprio favore e rafforzare la sua posizione, spesso presentandosi come vittima e aggravando la situazione dell’imputato.

Che tipo di domande si dovrebbero fare durante un controesame?

Si devono usare esclusivamente domande chiuse, che ammettono come risposta solo un “sì” o un “no”. La formula più efficace è “È vero o non è vero che…?”. Questo approccio costringe il testimone a confermare o negare un fatto specifico, senza possibilità di divagare.

Da dove provengono le risposte che l’avvocato si aspetta durante il controesame testimone?

Le risposte devono essere già note al difensore prima ancora di porre la domanda. Provengono da un’analisi meticolosa degli atti di indagine (documenti, verbali, messaggi), elementi che il giudice non ha ancora esaminato ma che sono già parte del fascicolo processuale.

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