L’avvocato penalista e la difesa del cliente

Il signor Rossi riceve un avviso di conclusione delle indagini preliminari.
Il suo cuore si ferma. Si sente letteralmente scaraventato in una dimensione surreale. La prima cosa che decide di fare è rivolgersi ad un avvocato. Il primo incontro è cruciale. Il cliente versa in una condizione psicologica molto delicata.
Si è trovato improvvisamente coinvolto in una vicenda giudiziaria potenzialmente diffamante, catapultato in un mondo che non conosce. È spaventato, disorientato, pieno di interrogativi e paure. In questa fase il compito dell’avvocato penalista è quello di fare luce sulle molte ombre, di spiegare con parole chiare e dirette cosa è successo, cosa sta succedendo e cosa potrebbe succedere. È molto importante che il cliente senta fin da subito di potersi fidare del suo difensore, che veda in lui una guida sincera e affidabile. Alla competenza tecnico professionale e alla determinazione, un buon avvocato penalista deve sommare doti culturali e umane che gli consentano di studiare la psicologia dei suoi assistiti e adottare con ciascuno l’atteggiamento più appropriato. I clienti non sono tutti
uguali, c’è chi ha bisogno di conforto, chi di schiettezza, chi di essere tranquillizzato, chi, al contrario, di essere allertato.
Nonostante quanto premesso il rapporto cliente-avvocato deve sempre conservare natura formale e rimanere all’interno di un’aurea di professionalità. Per questo motivo il primo incontro, al pari dei successivi, deve avvenire, salvi i casi di detenzione dell’assistito, preferibilmente nello studio del professionista. All’avvocato penalista è affidato l’arduo compito di trovare il giusto equilibrio tra cordialità, calore umano e il necessario distacco professionale.
Gli avvocati, e a maggior ragione gli avvocati che si occupano di vicende di rilevanza penale, sono tenuti al segreto professionale. Ciò significa che non hanno solo il diritto, ma altresì il dovere di mantenere assolutamente segrete le informazioni ricevute dai loro assistiti. A chi si chiede, come spesso capita di sentire nelle conversazioni “da bar”: “Come fa un avvocato a difendere stupratori, spacciatori e ladri?”, si deve ribattere che l’avvocato penalista difende la persona, non il reato, e che ogni indagato o imputato, ed è la nostra Costituzione a sancirlo con termini icastici all’articolo 27 comma 2, è presunto innocente fino al passaggio in giudicato della sentenza di condanna. Nemmeno la confessione è di per sé prova sufficiente a determinare un esito di condanna.
Altra norma costituzionale di altissimo valore etico morale, che fa della nostra una società civile e democratica è l’articolo 24 che garantisce a tutti, senza distinzioni, il diritto di difesa, insistendo sulla sua inviolabilità. Non solo un’adeguata difesa è irrinunciabile nei casi in cui non vi sono elementi che provano oltre ogni ragionevole dubbio la colpevolezza, ma, è proprio nei casi di arresto in flagranza di reato, o di quadro probatorio apparentemente schiacciante che la funzione difensiva raggiunge il suo momento più elevato, quasi sacrale. In uno Stato che si dice fondato sull’eguaglianza e la solidarietà, in cui “la legge è uguale per tutti” (come si legge nelle aule dei tribunali), tutti devono avere la possibilità di difendersi al meglio dalle accuse che sono mosse loro.
Nel nostro ordinamento questa difesa avviene attraverso un avvocato assegnato d’ufficio o scelto e nominato dall’indagato o imputato che voglia istaurare con lui un rapporto di carattere fiduciario.
Ciò che l’avvocato penalista sa bene, e che deve incessantemente ricordare ai giudici, è che nel processo penale “verità” è solo ciò che emerge dagli atti, ciò che viene puntualmente provato in giudizio, nel rispetto del contraddittorio tra le parti.
Nella giungla del processo penale è facile perdersi, un buon avvocato è la bussola che ci vuole per trovare l’uscita.

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Avvocato penalista Milano Francesco D'andria

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